ROMA - Il gioco d’azzardo è vietato dal codice penale, ma la
progressiva legislazione in deroga da metà degli anni ’90 ad oggi ha
portato a una situazione paradossale. “Viene punita una scommessa tra
amici, mentre risultano legali gli oltre 79 miliardi di fatturato
ricavati da lotterie, slot machines, poker, scommesse e giochi
d’azzardo di natura sempre più varia che in questi ultimi anni, a ritmi
sempre più frenetici, sono stati immessi sul mercato. Di conseguenza
la platea dei giocatori si è allargata enormemente e ormai anche
giovani, casalinghe e pensionati costituiscono nuove fasce d’utenza da
catturare e fidelizzare”. Parte da queste considerazioni la campagna
nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo “Mettiamoci in gioco”,
promossa da diverse associazioni (Acli, Adusbef, Alea, Anci, Anteas,
Arci, Auser, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga,
Federconsumatori, Federserd, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Gruppo Abele,
Intercear, Libera, Uisp) e presentata quest’oggi a Roma. Nel corso
della presentazione, resi noti anche i dati sul gioco d’azzardo in
Italia.
I dati. Secondo il
Conagga (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo. Studio
condotto da Matteo Iori), nel 2001 il mercato mondiale dei giochi
d’azzardo ha raccolto, al netto dei premi erogati, 417 miliardi di euro
(+5,6 per cento sul 2010). Il 29 per cento di questi sono in Europa.
L’Italia, con 18,4 miliardi di euro, rappresenta oltre il 15 per cento
del mercato europeo del gioco e oltre il 4,4 per cento del mercato
mondiale (con l’1 per cento della popolazione mondiale).
In
generale, cresce in Italia la spesa sul gioco d’azzardo. Il fatturato è
passato dai 14,3 miliardi del 2000 ai quasi 80 (79,9) del 2011 (erano
61,4 miliardi nel 2010). Una crescita costante nel tempo. La spesa
pro-capite per ogni italiano maggiorenne è di 1703 euro (elaborazione su
dati dei Monopoli di Stato, relativi ai primi 8 mesi del 2012).
Secondo il dossier Azzardopoli di Libera, invece, si arriverebbe a 1890
euro a testa. I picchi si hanno in Abruzzo (2110 euro a testa) e
Lazio (2078 euro), passando per i 1853 euro dell’Emilia Romagna e
arrivando al minimo della Basilicata (1262 euro).
A fronte di
un’evidente contrazione dei consumi familiari negli ultimi anni,
cresce la voglia di giocare nella speranza del colpo di fortuna. Nel
2011 sono crollati i risparmi delle famiglie. In compenso l’Italia è
il primo mercato al mondo nei Gratta e Vinci: nel 2010 sono stati
comprati nel nostro Paese il 19 per cento dei biglietti venduti nel
mondo. A livello pro-capite l’Italia ha il triplo delle Vlt (video
lottery) degli Stati Uniti. Non solo: l’Italia, pur rappresentando solo
l’1 per cento della popolazione mondiale, ha il 23 per cento del
mercato mondiale di gioco on line.

La somma maggiore viene
giocata negli apparecchi (slotmachine e videolottery) che hanno il
55,6 per cento del fatturato totale, seguono i giochi on-line (16,3
per cento del mercato), poi i gratta e vinci (11,4 per cento), il
lotto (7,2 per cento), le scommesse sportive (4,2 per cento), il
superenalotto (2,2 per cento), poi bingo e scommesse ippiche.
Come sta andando il 2012.
Nei primi 8 mesi del 2012 sono stati giocati 56,9 miliardi di euro,
equivalenti al 17,7 per cento in più rispetto allo stesso periodo del
2011. Se la percentuale di aumento resta stabile si può ipotizzare una
proiezione di complessivi 94 miliardi di euro spesi al gioco
d’azzardo nell’anno 2012 (secondo Libera la proiezione porterebbe
addirittura a 103 miliardi, tra guadagni legali e illegali). Nel primo
semestre 2012 all’Erario sono andati 4,1 miliardi di euro, con una
diminuzione del 9,9 per cento sullo stesso periodo dell’anno
precedente. Se la percentuale di diminuzione resta stabile si può
ipotizzare una proiezione a fine anno inferiore a 8 miliardi. Vicina
alle cifre del 2008 (quando però il fatturato complessivo era la metà
dell’attuale). Nel 2011 le entrate sono state di 8,8 miliardi di euro
(+24,3 per cento).
I giochi introdotti negli ultimi anni hanno
una tassazione notevolmente inferiore ai precedenti. Classico
l’esempio delle slot machine, dove su 29,79 miliardi di euro del 2011,
l’aliquota media è stata del 12,1 per cento. Nel 2008 l’aliquota era
invece del 13,4 per cento.
Più sono nuovi, dunque, e meno i giochi pagano all’erario.
Chi gioca d’azzardo.
Il rapporto 2011 della Corte dei Conti dice che: “il consumo dei
giochi interessa prevalentemente le fasce sociali più deboli”. Secondo i
dati Eurispes, nel gioco investe di più chi ha un reddito inferiore:
giocano il 47% degli indigenti, il 56%
degli
appartenenti al ceto medio-basso. “Già negli anni ‘50 Milton Fidman,
premio Nobel dell’economia, sottolineava che ‘il modello di business
dell’industria dell’azzardo può raggiungere dei grandi traguardi se fa
un business sulla povertà
perché un alto bacino a cui può attingere è quello di chi ha poco reddito’”, si legge nel lavoro del Conagga.
Secondo la ricerca CONAGGA-Cnca gioca di più chi ha minore
scolarizzazione: giocano il 61,3 per cento dei laureati, il 70,4 per
cento di chi ha il diploma superiore, l'80,3 per cento di chi ha la
licenza media. Nell’ultimo anno, hanno giocato: il 70,8 per cento di chi
ha un lavoro a tempo indeterminato, l’80,2 per cento dei lavoratori
saltuari o precari, l’86,7% dei cassintegrati.
E secondo il Cnr,
“il gioco attira quote sempre più ampie di popolazione, non solo
adulta. Si stima che 450 mila studentesse e 720 mila studenti siano
coinvolti, cioè il 47,1 per cento dei giovani che frequentano le
scuole medie superiori. Il gioco d’azzardo coinvolge il 58,1 per cento
dei maschi tra i 15 e i 19 anni e il 36,8% delle ragazze”.
Dipendenza.
Secondo una recente elaborazione del Cnr sui dati della ricerca IPSAD
Italia 2010-2011, emerge che: n Italia il 42 per cento delle persone
fra i 15 e i 64 anni ha giocato almeno una volta nell’ultimo anno,
equivalenti a 17 milioni di italiani; che la maggior parte dei
giocatori non è a rischio; che 1,7 milioni di italiani sono a rischio;
che poco più di 500 mila persone rispondono ai criteri diagnostici
certificati come giocatori d’azzardo patologici.
Costi sociali. Per valutare i costi sociali sono state prese in considerazione diverse voci. In primis i costi sanitari diretti
(ricorso al medico di base del 48 per cento più alto rispetto ai non giocatori, interventi ambulatoriali psicologici, ricoveri
sanitari, cure specialistiche per la dipendenza…), poi i costi
indiretti (perdita di performance lavorativa del 28 per cento maggiore
rispetto ai non giocatori, perdita di reddito…). Quindi, i costi della
qualità della vita
(problemi che ricadono sui
familiari, violenza, rischio di aumento di depressione grave, ansia,
deficit di attenzione, bassa resistenza ad altri tipi di dipendenze,
idee suicidarie, ossessione per il gioco e per i soldi necessari a
giocare…).
Ciò premesso, ogni anno in Italia vi sono dai 5,5 ai 6,6 miliardi
di euro di costi complessivi per la società
dovuti al gioco patologico.